Quando fare da soli inizia a costare
C'è un punto in cui gestire tutto da sé pesa più di quanto faccia risparmiare.
Parte del progetto Lettere sul Patrimonio — osservazioni sui patrimoni nel tempo
Caro lettore, bentornato su Lettere sul patrimonio.
Oggi voglio parlare proprio a te che i tuoi soldi li gestisci da solo — o che ci stai pensando. E lascia che te lo dica subito, probabilmente fino ad ora hai fatto bene.
So perché lo fai. Forse hai sempre voluto capire dove finiscono i tuoi risparmi, decidere con la tua testa, non firmare ciò che non ti convince. O forse ci sei arrivato dopo una delusione: ti eri affidato a qualcuno e, a un certo punto, hai smesso di sentirti davvero al centro. Così hai preso in mano la situazione. È una reazione sana.
E c'è una cosa che voglio riconoscerti subito, perché è vera: chi si informa e fa da sé paga meno. Su questo non si discute. Ma — ed è il punto di tutta questa Lettera — pagare meno non vuol dire sbagliare meno o guadagnare di più. Sono due cose diverse, e troppo spesso le confondiamo.
Per anni, comunque, fare da soli è stata la scelta giusta. Lo penso davvero. Hai fatto bene.
Fino a ieri.
Oggi, però, è diverso. Non perché tu sia diventato meno capace — non lo sei. Ma perché, mentre eri impegnato a vivere, sono cambiate tre cose tutte insieme, in silenzio. E quando cambiano quelle tre cose, una decisione che ieri era leggera, oggi pesa.
In questa Lettera voglio mostrarti quali sono, e dov'è il punto preciso in cui continuare a fare tutto da soli comincia a costare più di quanto faccia risparmiare. È un costo che non leggerai mai in un estratto conto — e proprio per questo è il più caro.
Affidarsi, non significa tornare indietro, né rinunciare al controllo che ti sei conquistato. Significa, finalmente, avere una regia tutta dalla tua parte.
Parte I · Il punto di partenza
Fare da soli era (giustamente) la scelta di ieri
Torniamo indietro di qualche anno. A quando hai iniziato.
Eri più giovane. Davanti avevi un orizzonte lungo, lunghissimo: trent'anni, forse di più. E quando il tempo è dalla tua parte, il tempo perdona quasi tutto. Una scelta sbagliata? C'era modo di rimediare. Un anno storto sui mercati? Bastava aspettare. Il tempo era il tuo margine di sicurezza, e ne avevi in abbondanza.
Avevi anche un'altra ricchezza, forse la più preziosa: la voglia di imparare. Leggevi, confrontavi, ti appassionavi. Fare da solo non era un ripiego: era una palestra, e pure sana. Ogni errore era una lezione che potevi permetterti.
E poi — diciamolo — c'era meno in gioco. Il patrimonio era piccolo. Sbagliare su diecimila euro brucia, certo, ma non cambia la vita. La posta era bassa, e così era leggero anche lo stress. Decidere costava poco.
In quelle condizioni, fare da soli non era solo accettabile: era la scelta giusta. Lo è stata per te come per tanti. E se ti dicessi il contrario, non ti rispetterei.
Ma — lo sai già dove voglio arrivare — quelle tre cose sono cambiate tutte insieme, in silenzio, mentre eri impegnato a vivere.
L'orizzonte si è accorciato: il tempo per rimediare a un errore non è più infinito. Anche il tempo libero: la professione, la famiglia, la vita nel suo momento più pieno te ne lasciano molto meno per studiare i mercati. E il patrimonio, intanto, è cresciuto: oggi una scelta sbagliata non costa diecimila euro, ne costa molti di più — a volte quanto anni interi di lavoro e di risparmio.
Più peso, meno tempo, meno margine per sbagliare. È la ricetta perfetta perché ogni decisione, un tempo leggera, oggi pesi. E quel peso ha un nome: stress da scelta.
Non sei diventato meno capace. È cambiata la posta in gioco.
Parte II · Da somma a sistema
Quando i pezzi diventano un progetto
Per anni il tuo patrimonio è stato una somma: un conto, qualche titolo, il fondo della banca, la casa. Pezzi separati, ognuno nato in un momento diverso, per un motivo diverso. E finché restano pezzi separati, gestirli uno per uno funziona: scegli il migliore di ogni categoria e via.
Poi la vita fa il suo corso. Arrivano — o si avvicinano — i figli, e con loro l'università. Magari un'eredità, o un secondo immobile. I genitori che invecchiano e prima o poi avranno bisogno. E sullo sfondo, sempre, la pensione che si avvicina e che già sai non basterà.
Ed ecco che, quasi senza accorgertene, quei pezzi smettono di essere una lista. Diventano un sistema: si parlano tra loro. La liquidità parla con gli immobili, gli immobili con l'attività, tutto quanto con il fisco e con il tempo che hai davanti. Toccarne uno significa muovere gli altri.
E un sistema fa domande che una lista non faceva mai:
Se un figlio cambia strada, il piano regge?
Se i mercati scendono nell'anno sbagliato, quanto mi sposta?
Se cambia una norma fiscale, cosa salta?
Vale davvero la pena continuare a fare tutto da solo?
Il gioco è ancora scegliere quale BTP — o è un gioco più grande ed integrato?
Non sono domande da poco. E qui emerge una cosa che vedo spesso: anche le persone più capaci faticano a tenere insieme, da sole, più di due o tre pezzi alla volta. Non per incapacità — per architettura, tempo e specializzazione. Il fai-da-te è nato per scegliere bene una cosa; non per orchestrarne dieci che si influenzano a vicenda.
A un certo punto, quasi tutti arrivano allo stesso pensiero:
«Voglio confrontarmi con un consulente. Non per consegnare le chiavi e sparire. Per smettere di reggere tutto da solo — e iniziare a reggerlo meglio.»
Parte III · I costi che non si vedono
I costi che non vedi (e che paghi lo stesso)
Quando fai da solo c'è un costo che vedi benissimo: quello che risparmi. Niente parcella, niente onorario. È lì, nero su bianco, e dà una bella sensazione.
Il guaio è che i costi più pesanti, quelli veri, non stanno su nessun estratto conto. Non te li addebita nessuno. Li paghi e basta — in silenzio. Te ne mostro tre.
Uno · il costo dello strumento
Due strumenti che inseguono lo stesso mercato, con lo stesso rischio, possono lasciarti in tasca cifre molto diverse — perché costano diversamente. Tra uno strumento poco efficiente e uno efficiente può ballare oltre un punto di rendimento all'anno, solo di costi. Un punto sembra nulla: ma su quindici o vent'anni, e su un patrimonio che cresce, diventa una voce pesantissima. Non lo vedi addebitato da nessuna parte. È già dentro il rendimento che non arriva.
Due · la tentazione di "fare di più"
Quando il tempo manca e la voglia di recuperare cresce, il fai-da-te scivola facile verso la scorciatoia: il trading, l'operazione brillante, il titolo del momento. E qui i numeri arrivano dal regolatore europeo: secondo l'ESMA, tra il 74% e l'89% dei conti retail che fanno trading speculativo in strumenti a leva perde denaro. Non quattro sfortunati: la stragrande maggioranza.
Tre · la liquidità ferma
Il più subdolo, perché sembra prudenza. I soldi lasciati sul conto "per sicurezza" non sono fermi: si svalutano. Le famiglie italiane tengono sui depositi oltre 1.140 miliardi (Banca d'Italia, 2024). E l'inflazione lavora in silenzio: fra il 2021 e il 2023 il caro-prezzi ha contribuito a eroderne oltre 130 miliardi. Nessuno te li ha addebitati. Ma li hai persi lo stesso.
Tre costi invisibili. Nessuno appare in fattura. Tutti, sommati, pesano molto più di qualsiasi parcella.
E se sommi tutto, ottieni il ritratto del risparmiatore medio italiano: come tiene i suoi soldi — e quanto gli rendono davvero.
Il portafoglio medio dell'italiano
Composizione della ricchezza finanziaria · e resa media degli ultimi 5 anni per ciascuna voce
Resa media a 5 anni per voce: liquidità ~0,2% · azioni e partecipazioni ~3%* · fondi comuni ~3% · assicurazioni vita ~1,7% · obbligazioni e Titoli di Stato ~1,5% · fondi pensione ~3%.
Media pesata ≈ 2% lordo l'anno; con l'inflazione media degli ultimi 5 anni intorno al 3,3%, in termini reali è sotto zero — ha perso potere d'acquisto.
*gran parte di questa voce sono partecipazioni non quotate (aziende di famiglia, studi professionali): non hanno le caratteristiche delle azioni quotate — sono illiquide, concentrate e il loro valore non segue il mercato. Per questo usiamo un proxy prudente, non il rendimento della Borsa.
Quasi un terzo fermo a non rendere nulla, la previdenza praticamente scoperta, e una grossa fetta in partecipazioni non quotate — legate, spesso, alla tua stessa attività. È valore vero, certo: ma illiquido, concentrato, e che non si comporta come un titolo quotato. Non è un errore: è un patrimonio accumulato, non progettato. E un patrimonio accumulato, in questi cinque anni, in termini reali ha perso terreno.
Ecco perché "pagare meno" e "spendere meno" non sono la stessa cosa. La parcella che risparmi è visibile e piccola. Questi costi sono invisibili e, nel tempo, grandi. E più cresce il patrimonio, più crescono anche loro. Ma il modo migliore per vederli è un esempio — il più concreto di tutti.
Mettiamo che, guardando per bene entrate e uscite, emerga che potresti mettere da parte 700 euro al mese. Solo che, da solo, ne accantoni 200 — in un piano sul fondo della banca dove tieni i conti — e gli altri 500 restano lì, dove, lo sappiamo, prima o poi si spendono. Quei 200 euro, per quindici anni, al 3%, diventano circa 45.000 euro. Non male. Ma non è quanto potevi fare: è quanto è rimasto, dopo che metà della tua capacità di risparmio è evaporata senza che te ne accorgessi.
Ora la stessa storia, ma dopo aver messo ordine. L'analisi fa emergere quei 700 euro per intero e li lega a progetti veri — l'università dei figli fra dieci anni, un cuscinetto fra quindici. E quando, fra sette anni, finisce il mutuo da mille euro al mese, quei soldi non si disperdono: 700 di quei mille diventano un terzo piano, per otto anni, destinato a coprire il buco che la pensione pubblica ti lascerà. Tre progetti, su uno strumento più efficiente: stesso rischio, costi più bassi, un punto di rendimento in più — il 4% invece del 3%.
I tre progetti, costruiti con un disegno
Capitale finale di ciascun progetto · contributi mensili a rendimento costante
Da solo si costruisce un solo piccolo piano. Con una pianificazione, ogni euro che prima si perdeva diventa un progetto con un obiettivo e una scadenza.
E adesso guarda tutto insieme. Da una parte ci sei tu, da solo: il capitale che già possiedi — mettiamo 500.000 euro — fermo in un paio di strumenti poco efficienti, e magari correlati fra loro (che salgono e scendono insieme, senza darti la diversificazione che credi di avere), a un rendimento del 2%. E quell'unico piano da 200 euro al mese al 3%.
Il capitale che già hai · 500.000 € in 15 anni
Stesso capitale, stesso rischio: cambia solo l'efficienza dello strumento. In grigio, un'ipotesi d'inflazione (~2%)
Al 2% segui appena l'inflazione: in termini reali non guadagni quasi nulla. Il 4% è la parte che costruisce ricchezza vera — a parità di rischio.
Dall'altra, la stessa identica persona, lo stesso capitale, lo stesso rischio — ma con un disegno. Il capitale reso più efficiente, al 4%. E tutta la capacità di risparmio trasformata in progetti.
Tutto insieme, a 15 anni
Capitale iniziale (PIC) + piani di accumulo · fai da te contro pianificazione
Circa 227.000 € nascono dall'efficienza sul capitale (un punto in più, stesso rischio); gli altri ~166.000 € dall'aver messo a lavorare i 700 euro al mese — e poi i mille del mutuo — invece dei soli 200.
Quasi 394.000 euro di differenza. Senza correre un rischio in più, senza vincere alla lotteria, senza indovinare il mercato. Solo smettendo di lasciare per strada — un punto di efficienza qui, cinquecento euro al mese lì — ciò che era già tuo.
Fonti · Lettera n.18
Composizione del portafoglio e ricchezza finanziaria: Banca d'Italia (Relazione annuale; Conti distributivi) ed elaborazione FABI, 2024. Rese a 5 anni: COVIP (fondi pensione e gestioni separate ramo I), Borsa Italiana / FTSE MIB; la resa media è una nostra elaborazione pesata, prudente sulla quota non quotata. Trading retail: ESMA. Liquidità e inflazione: FABI su dati Banca d'Italia (2024) e ISTAT.
Le cifre degli esempi e la resa media stimata sono elaborazioni illustrative, con ipotesi semplificate e tassi costanti. I rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri (art. 27 Reg. Intermediari Consob). Il contenuto ha finalità informative e non costituisce raccomandazione personalizzata né consulenza ai sensi dell'art. 1, comma 5, lett. f) del TUF.
Parte IV · La soglia
La soglia non è una cifra
Arrivati qui, forse ti aspetti che ti dica qual è la cifra oltre la quale "conviene" un consulente. Cinquecentomila? Un milione? Ti deludo subito, come ti avevo promesso all'inizio: la soglia non è una cifra. È un momento.
È il momento in cui smetti di chiederti "quale strumento compro" e cominci a chiederti "dove sto andando, e i pezzi che ho parlano tra loro?". Da lì in poi, fare da solo non costa fatica: costa rendimento. E lo abbiamo visto nero su bianco.
Quello che un consulente aggiunge non è un trucco di Borsa. Sono cinque cose, semplici a dirsi e pesanti a farsi.
A parità di rischio, uno strumento efficiente lascia in tasca circa un punto in più ogni anno. Sembra poco: sul tuo capitale, in quindici anni, è la voce più pesante di tutte.
Trasformare una somma in un sistema: ogni euro con un obiettivo e una scadenza — l'università, il dopo-lavoro, il gap della pensione. Non prodotti sparsi, ma una rotta.
Far emergere e mettere a lavorare ciò che oggi si disperde: i settecento euro al mese invece dei duecento, i mille del mutuo che un giorno si liberano. Metà della differenza che hai visto nasce qui.
Avere il quadro completo e capirlo davvero. Sapere che tenere un terzo del patrimonio fermo, in Italia, significa perdere potere d'acquisto in silenzio. Uscire dall'abitudine di investire solo in ciò che già si conosce — l'Italia, la propria azienda — verso il mondo intero. E capire che la quota azionaria non si subisce: si sceglie. Passare dal dieci al venti per cento, o più, non è rischiare di più a caso — è calibrare l'esposizione su misura del tuo orizzonte, dei tuoi obiettivi, del tuo profilo e di quanta oscillazione riesci davvero a sopportare. La stessa persona può stare al dieci per cento su un traguardo a tre anni e al trenta su uno a venti. Non è azzardo: è coerenza.
Forse il più sottovalutato. Qualcuno che, quando i mercati crollano e l'istinto urla "vendi tutto", ti aiuta a non rovinare in un giorno il lavoro di dieci anni. Non è poco: è spesso la parte più grande del valore.
Cinque addendi. La loro somma ha un nome e perfino una stima: secondo le ricerche di Vanguard, una consulenza fatta di queste cose vale, nel tempo, fino a circa il 3% l'anno — un valore potenziale, non un rendimento promesso, e irregolare per sua natura. Nel nostro esempio, su quindici anni, ha voluto dire quasi quattrocentomila euro di differenza: metà efficienza, metà disegno. Senza un grammo di rischio in più.
Efficienza + Progetto + Pianificazione + Cultura finanziaria + Financial coach
Ma il numero, di nuovo, non è il punto. Il punto è un altro, ed è il vero motivo di questa Lettera: hai fatto benissimo a imparare e a fare da solo. Quel tempo non è sprecato — è la ragione per cui oggi capisci queste pagine. Solo che è cambiata la posta in gioco. E il passo più maturo, ora, non è continuare a reggere tutto da soli. È mettere accanto al tuo lavoro un punto di vista esterno, competente e dalla tua parte — e iniziare a reggere meglio, con meno fatica.
Non per consegnare le chiavi. Per avere finalmente la regia.
Se senti che è arrivato quel momento
Non la cifra — il momento. Il primo passo è semplice e non impegna a nulla: un confronto riservato, per guardare insieme dove sei e dove vorresti andare.
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Nota informativa
Questa Lettera ha finalità informative ed educative sul tema della pianificazione patrimoniale e sul modello di consulenza finanziaria indipendente (fee-only) esercitato dall'autore. I dati citati provengono da fonti pubbliche indicate in ciascuna sezione: Banca d'Italia (Relazione annuale e Conti distributivi della ricchezza), elaborazioni FABI, COVIP, Borsa Italiana, ESMA, ISTAT e Vanguard (Adviser's Alpha). Le simulazioni presentate adottano calcoli a interesse composto con tassi costanti e rappresentano stime illustrative di lungo periodo, non rendimenti garantiti né promesse di performance.
Il contenuto non costituisce sollecitazione all'investimento, raccomandazione personalizzata o consulenza in materia di investimenti ai sensi dell'art. 1, comma 5, lett. f) del TUF (D.lgs. 58/1998). I rendimenti passati non sono indicativi di quelli futuri (art. 27 Reg. Intermediari Consob).
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